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Dove trovare supporto per le difficoltà scolastiche nel gruppo giovani? L’aiuto che non ti aspetti

📅 16 Agosto 2026✍️ di Ernesto Polverini⏱️ 6 min di lettura

Quando un ragazzo del gruppo giovani inciampa a scuola, spesso cade il silenzio. Ci si vergogna, si rimanda, si spera che passi. Nel mio cammino, legato a una piccola comunità francescana che mi ha insegnato il passo breve della carità, ho visto invece che il sostegno arriva proprio dove non te l’aspetti: in una stanza dell’oratorio, in un tavolo di legno consumato, nell’ascolto libero da giudizi. Qui si può ricominciare, senza clamore, con metodo e con cuore.

Dove iniziare: ascolto, calendario, alleati

Mi è capitato di recente con A., quindici anni, tre insufficienze e lo sguardo basso. Ci siamo seduti nel salone dell’oratorio, io, lui e un quaderno vuoto. I primi dieci minuti li ho dedicati all’ascolto: quali materie lo spaventavano, in che momenti perdeva il filo, come studiava davvero a casa. Poi ho preso il calendario del gruppo e ho fissato due appuntamenti settimanali di studio guidato accanto alle attività già previste. Terzo passo: ho cercato alleati. Un educatore con pazienza da monaco per matematica, una ragazza più grande capace di spiegare storia con esempi vivi, e il parroco che ci ha garantito l’aula silenziosa.

Per partire sul serio servono tre cose: un tempo dedicato, responsabilità condivise, un luogo accogliente. Il resto viene cammin facendo.

Risorse che spesso trascuriamo: oratorio, famiglie, scuola

Le parrocchie hanno quasi sempre un doposcuola, anche informale. Non occorrono grandi mezzi: una lavagna, qualche vocabolario, una rete wi-fi decente. L’oratorio è il mio primo luogo di riferimento perché mescola autorevolezza e vicinanza: si sbaglia, si rimedia, si cresce insieme. È un presidio contro la Dispersione scolastica più di molte campagne social.

Secondo tassello: le famiglie. Una telefonata franca, non colpevolizzante, apre porte che mesi di messaggi non sbloccano. Con A. ho parlato con la madre: dieci minuti per spiegare il percorso, concordare orari e chiedere un angolo di casa libero da distrazioni almeno un’ora al giorno. Da lì è cambiato tutto.

Terzo tassello: la scuola. Non entro nelle scelte didattiche, ma chiedo un contatto con il coordinatore. Due righe via mail per segnalare che il ragazzo è seguito in un contesto educativo e per allineare le priorità. Se emergono disturbi specifici dell’apprendimento, ricordo i diritti sanciti dalla Legge 170/2010. Non è burocrazia: è protezione per chi fa fatica e non deve restare indietro.

Metodo pratico: 30 giorni per rimettersi in carreggiata

Non prometto miracoli, ma un protocollo semplice, sì. In trenta giorni si può invertire la rotta. Ecco come lavoro sul campo.

Settimana 1: mappatura. Scriviamo insieme il quadro materie-voti-verifiche. Individuiamo due materie chiave: una da recuperare, una “ancora” su cui costruire fiducia. Incontro di gruppo di 90 minuti, due volte, più 20 minuti al telefono per organizzare lo studio a casa.

Settimana 2: tecnica. Mostro il metodo PQ4R per i testi (prevista, domande, lettura, ripetizione, riepilogo, recensione), timer da 25 minuti e pausa da 5. Tabella di marcia appesa in aula e foto sul telefono. Un foglio per gli errori ricorrenti: si impara di più da quelli che dai successi.

Settimana 3: simulazioni. Ricreiamo le prove: problemi di matematica con tempo limitato, testi di italiano con scaletta obbligatoria. Incontro con il tutor pari: un ragazzo più grande che ha superato lo stesso scoglio. La testimonianza vale quanto una lezione.

Settimana 4: rifinitura. Rivediamo il piano, togliamo il superfluo, fissiamo l’obiettivo minimo per ogni materia. Prepariamo un piccolo dossier per la famiglia: progressi, punti deboli, impegni prossimi.

Con A. ha funzionato: da 4 a 6 in matematica in un mese e, cosa più importante, niente panico davanti al registro elettronico.

Quando serve un aiuto in più

Capita che i nodi non siano solo scolastici. Se in colloquio emergono ansia forte, insonnia, isolamento, io alzo la mano e chiedo supporto a un servizio competente. In molte diocesi Caritas coordina sportelli di ascolto; le associazioni giovanili conoscono psicologi a tariffe calmierate. Il nostro compito pastorale non è sostituirci ai professionisti, ma fare ponte.

Attenzione anche ai segnali economici: ragazzi che non hanno libri, connessione scarsa, niente spazio per studiare. Qui entra in gioco la solidarietà concreta: raccolte libri, chiavi wi-fi condivise in oratorio, prestito di tablet. Piccoli gesti che fanno la differenza.

Il segreto è la comunità, non l’eroe solitario

Nella fraternità francescana ho imparato che la riconciliazione passa dal noi. Un gruppo giovani che sostiene nei compiti educa alla responsabilità reciproca. Non c’è il tutor-mago: c’è una comunità che mette a disposizione tempo, competenze e pazienza.

Per organizzare il servizio, io propongo un patto semplice: gli educatori garantiscono la presenza, i ragazzi si impegnano a portare il materiale e a rispettare i tempi, le famiglie controllano a casa le distrazioni. Tre firme simboliche, una strada chiara.

Errori tipici da evitare

  • Improvvisare senza un calendario: dopo due settimane si perde il filo.
  • Colpevolizzare: la vergogna brucia la motivazione più del brutto voto.
  • Fare sermoni lunghi: meglio 10 minuti di metodo che 40 di predica.
  • Ignorare i diritti DSA: si rischia di chiedere sforzi ingiusti.
  • Escludere la scuola: serve un canale, anche minimo, di comunicazione.

Strumenti semplici, risultati solidi

Non servono piattaforme costose. Uso un quaderno per il “diario di bordo”, un timer sul telefono, cartelline per materia e una scheda settimanale con tre voci: cosa ho capito, cosa mi resta oscuro, cosa farò entro venerdì. Alla quarta settimana la scheda parla da sola e motiva più di qualunque discorso.

Per le lingue, lettura ad alta voce e ripetizione in coppia; per le scientifiche, esercizi a scalini: tre facili per scaldarsi, due medi per consolidare, uno difficile per crescere. Per storia, linee del tempo appese in aula. La concretezza vince.

Un caso lettore: “Mio figlio si vergogna a venire in oratorio”

Un lettore mi ha chiesto come convincere il figlio sedicenne, timido e già bocciato una volta. Ho proposto tre mosse: primo incontro individuale all’aperto, magari dopo la partita in cortile; un obiettivo a breve (superare il prossimo compito di scienze); un compagno-tutor con interessi simili, non il primo della classe a caso. Dopo due settimane, il ragazzo è entrato in aula studio da solo. La soglia della vergogna si passa con delicatezza e obiettivi concreti.

Segnali di speranza da cui partire oggi

Nel mio taccuino ci sono frasi che mi porto dietro. “Non sono stupido, mi manca un modo”: l’ha detta un ragazzo di terza media. Gli ho risposto che il modo lo avremmo cercato insieme. È questo che possiamo fare nel gruppo giovani: offrire un contesto dove l’errore non è una condanna, ma una direzione.

Oggi stesso si può agire: scegliere due educatori disponibili, aprire l’aula due pomeriggi, creare un elenco di ragazzi con competenze da condividere, avvisare le famiglie e fissare una prova generale entro quindici giorni. Senza proclami. I frutti, lo dico per esperienza, arrivano silenziosi e tenaci.

San Francesco ci ha insegnato la minorità: mettersi al servizio, partire dall’ultima panca. Nel sostegno scolastico questo significa stare accanto, non davanti. E nel tempo, anche i voti si rialzano. Ma soprattutto si rialza la persona, e questo vale più di ogni pagella.

Ernesto Polverini

Nel corso di un cammino personale in cerca di perdono, Ernesto si è legato a una piccola comunità francescana, dove ha imparato il valore della riconciliazione e della carità. Nei suoi scritti traccia storie di cambiamento ispirate dal Vangelo di Francesco.