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Cosa fare se ti senti escluso nel gruppo giovani? La mossa che riapre le porte

📅 11 Agosto 2026✍️ di Alessia Lorenzoni⏱️ 4 min di lettura

Sentirsi esclusi in un gruppo giovani della parrocchia è un’esperienza che ferisce. Quella sensazione di stare ai margini, di non trovare lo spazio dove collocarti, di ascoltare gli altri ridere di battute che non capisci o veder loro scegliere altri per attività importanti. Se questo è quello che stai provando, non sei solo. E soprattutto, non è una sentenza definitiva.

Quando l’esclusione diventa un segnale da ascoltare

Prima di tutto, facciamo chiarezza: sentirsi diversi in un gruppo non significa necessariamente essere esclusi. A volte è solo il nostro cervello che elabora la diversità come rifiuto. Ma altre volte, l’esclusione è reale. E quando è reale, porta con sé un insegnamento importante.

L’esclusione sociale, soprattutto negli spazi di comunità cristiana, squilibra qualcosa di profondo. Ricordo di aver incontrato in un oratorio a Buenos Aires un ragazzo che stava in fondo alla sala durante i dibattiti. Mi ha confidato che si sentiva invisibile. Ma quella invisibilità aveva radici: non partecipava mai, non faceva domande, non cercava la conversazione. Il gruppo, senza cattiveria, lo stava semplicemente ignorando.

Ecco il punto: l’esclusione funziona come un messagggio. Non sempre è segno che qualcosa è sbagliato in te. Spesso è un invito a cambiare prospettiva su come ti relazioni con gli altri.

La mossa che riapre le porte: l’iniziativa consapevole

La risposta non è aspettare che loro vengano da te. Non è nemmeno cercare di cambiare per diventare quello che pensi vogliano. La mossa che riapre davvero le porte è prendere l’iniziativa, ma con consapevolezza.

Cosa significa? Innanzitutto, identificare cosa ami davvero in quella comunità. Non il prestgio di farne parte, non il desiderio di essere come gli altri. Cosa ti attira veramente? Se ami la fede, se ami aiutare, se ami gli insegnamenti, parti da lì. Non dal desiderio di appartenza, ma dalla passione autentica.

Secondo step: agisci da questa passione. Se ami la fede e il servizio, offri il tuo aiuto in un progetto concreto. Non per “mostrarti bravo”, ma perché credi davvero che quella cosa valga la pena. Funziona come quando entri in una squadra di calcetto non perché vuoi essere popolare, ma perché ami il gioco. Naturalmente, mentre giochi, la relazione con i compagni cresce.

Terzo step: sii coerente nel tempo. Una volta non basta. Due settimane di impegno non bastano. Servono tre mesi, sei mesi di presenza reale. Non evanescente, ma nemmeno invadente. Partecipa, contribuisci, rimani.

Quando l’esclusione dipende dal gruppo, non da te

Adesso, diciamo la verità: non tutti i gruppi meritano la tua energia. A volte l’esclusione non è un feedback, è un problema di loro, non tuo. Come riconoscere la differenza?

Osserva se il gruppo pratica effettivamente i valori che predica. Un Gruppo sociale che dice di essere inclusivo ma sistematicamente marginalizza chi è diverso non sta vivendo il Vangelo, sta solo recitando. Se noti che l’esclusione è sistematica, che non dipende da tue azioni ma dal tuo aspetto, dalla tua provenienza, dalle tue convinzioni diverse, allora il problema non sei tu.

In questo caso, la mossa giusta non è sforzarsi di entrare a tutti i costi. È riconoscere che quella comunità non è il tuo spazio, almeno non adesso. Potrebbe esserci un’altra realtà parrocchiale, un altro progetto, un’altra chiesa dove la tua presenza è accolta non per tolleranza, ma per genuina gioia.

Il ruolo della vulnerabilità nell’apertura

Una cosa che ho imparato dalla vita nelle comunità cristiane latinoamericane è che la vulnerabilità disarma i gruppi. Non la disperazione, che a volte allontana. Ma l’onestà fragile.

Se il tuo cuore soffre davvero per questa esclusione, raccontalo. Non in maniera vittimista, ma autentica. “Mi sento un po’ escluso, e non so se è colpa mia o se il gruppo proprio non mi ritrova.” Diciamolo ai leader, ai catechisti, alle persone con cui senti di poter essere onesto.

In molti casi, il gruppo nemmeno sa che stai soffrendo. L’esclusione accade passivamente, per pura dinamica. Una conversazione sincera con chi guida la comunità può aprire porte che sembravano chiuse.

Funziona come quando in una famiglia nessuno nota che uno dei figli si sente da parte. Non è cattiveria, è distrazione. Ma quando il figlio lo dice chiaramente, l’attenzione torna.

La risorsa nascosta nell’esclusione

Qui arriviamo al cuore spirituale della questione. L’esclusione è dolorosa, ma è anche un laboratorio. È lo spazio dove impari se credi davvero per te stesso, oppure solo per il riconoscimento del gruppo.

Gesù ha passato 40 giorni nel deserto. Non era un ritiro benessere. Era esclusione, solitudine, prova. E da lì è tornato trasformato. L’esclusione forzata, quella che non cerchi, diventa risorse se cambi la domanda che ti poni.

Invece di chiederti “come faccio ad essere accettato?”, chiediti “cosa di vero sto imparando su me stesso da questo dolore?” Spesso scopri che puoi costruire una fede più solida, una relazione con Dio meno dipendente dagli altri, una consapevolezza di chi sei che non dipende dall’approvazione.

La mossa che riapre le porte, in fondo, è imparare a camminare con le tue gambe prima. E stranamente, quando cominci a camminare da solo con fiducia, le porte si aprono naturalmente. Non perché ti hai reso irresistibile. Ma perché hai smesso di cercare desperatamente di entrare, e hai cominciato a offrire qualcosa di vero al gruppo.

Alessia Lorenzoni

Dopo un lungo viaggio in America Latina sulle tracce delle comunità cristiane di base, Alessia si è specializzata nel raccontare la spiritualità vissuta tra gioia e povertà. Le sue storie restituiscono la vitalità della fede come resistenza e promessa di futuro.